L’oro olimpico del calcio argentino
disegno by Daniel Paz
Sì, la squadra argentina di calcio ha vinto l’oro olimpico.
Lungi dal voler cadere nel luogo comune dei festeggiamenti e dell’innalzamento della bravura calcistica argentina, il fatto mi ha riportato alla descrizione che Osvaldo Soriano fa sul mondo che ruota intorno al pallone, o meglio, sul mondo particolare creato dal pallone in campo. Un mondo lontano da ori, argenti o bronzi olimpici, ma vicino ad un’emozione umana e semplice nata nei terreni incolti, i “baldios” dei quertieri, quei campetti dove i ragazzini immaginano le loro vibranti storie olimpiche e da mondiale in un’euforia radiofonica immaginata che, anche nell’imitazione di quelle vere, ha una sua speciale grandezza.
Il calcio è per gli argentini, a mio avviso, un eterno tango che si muove tra la passione e la profonda malinconia, passione nella elettrizzante vittoria, malinconia nell’agonica disfatta.
E’ vero, sono sentimenti condivisi universalmente da molti popoli, il calcio non è affare di “proprietà argentina”, ma ha un suo modo di esistere che si sostiene in un divino arbitrio di pazzia quotidiana.
Non è un luogo da visitare, ma uno spazio emozionale da osservare per conoscere una parte di questo paese.
Vi lascio a un brano del racconto “Centrofobal” di Osvaldo Soriano. Il racconto fa parte della raccolta “Futbol - Storie di Calcio”.
Un meraviglioso calcio nel ricordo di uno scrittore che ha saputo raccontare e descrivere anche l’Argentina.
Centrofobal
Me acuerdo del tiempo en que empezamos a rodar juntos, la pelota y yo. Fue en un baldío en Río Cuarto de Córdoba donde descubrí mi vocación de delantero. En ese entonces el modelo del virtuoso era Walter Gómez, el uruguayo que jugaba en River, pero también nos impresionaba Borello, el rompeportones de Boca. Los dos llevaban el nueve en la espalda, como Lacasia en Independiente y Bravo en Racing. Escuchaba los partidos por radio en las voces de Fioravanti o de Aróstegui. Al interior llegaban en cadena o se captaban en onda corta, con una antena de alambre pegada a la chimenea de la casa.
En el potrero donde habíamos fundado el Sportivo Almafuerte, había un chico de sobrenombre Cacho que imitaba al maravilloso Fioravanti. Uno tomaba la pelota y escuchaba, al instante nomás, a Cacho que relataba desde la raya: “¡Alcanza la pelota Soriano, elude a Carreño, se perfila… cuidado… va a tirar al arco..!” y con eso yo era feliz. No tuve la fortuna de que Víctor Hugo cantara un gol de los míos, pero cuánta emoción había en los que gritaba Cacho. El pobre nunca agarraba una pelota. Se la tirábamos larga y no llegaba, se la pasábamos corta y seguía de largo. A veces, de lástima, en los picados le dejábamos algún tiro libre que, sin falta, pegaba en la barrera y hasta un penal que Tito Pereira le atajó con las piernas.
Era tan negado para el fútbol que aun de arquero resultaba un incordio. No era gordito, ni tonto, como dicen los lugares comunes del fútbol. Simplemente era el chico con menos talento que haya vivido en esos parajes. Entonces lo mandábamos a que transmitiera desde afuera de la cancha. Agarraba un micrófono de juguete, corría por entre el yuyal y todo era distinto: nuestro mundo se iluminaba de proezas y emociones. En ese baldío estaban el Puchi Toranzo y Leonel Briones, que jugaban de aleros. Insiders, les decíamos. Los otros eran fulbás, jás, wines y el centrofóbal, que era yo. Un nueve rotundo en la camiseta roja. Mi madre me lo había cosido a mano y de tanto en tanto, cuando me iba entre los defensores, algún desairado me manoteaba de atrás y se quedaba con el número en la mano.
Centrofobal
Mi ricordo i tempi in cui cominciammo a rotolare insieme, la palla e io.
E’ stato su un terreno incolto a Rio Cuarto de Cordoba dove scoprii la mia vocazione di attaccante.
A quell’epoca il modello del calciatore era Walter Gomez, l’uruguayano che giocava nel River, ma ci impressionava anche Borello, lo sfondatore del Boca.
Tutt’e due portavano il numero nove sulla maglia, come Lacasia nell’Independiente e Bravo nel Racing.
Ascoltavo le partite alla radio dalle voci di Fioravanti o di Arostegui. Nell’interno del paese arrivavano attraverso una catena o si ricevevano in onde corte, con un’antenna di fil di ferro attaccata al camino di casa.Nel campetto dove avevamo fondato lo Sportivo Almafuerte c’era un ragazzo dal soprannome Cacho e imitava il meraviglioso Fioravanti.
Uno prendeva la palla e sentiva, immediatamente, Cacho che partiva con la radiocronaca da bordocampo:
” Si impadronisce della palla Soriano, l’affronta Carrefio, Soriano dribbla… attenzione… sta per tirare in porta! “, e con quello ero felice.
Non ho avuto la fortuna che Victor Hugo cantasse un mio goal, ma quanta emozione c’era in quelli urlati da Cacho.Quel poveretto non prendeva mai palla.Gliela tiravamo lunga e lui non ci arrivava, gliela tiravamo corta e lui andava troppo avanti.A volte, perché ci faceva un po’ pena, dopo un fallo gli lasciavamo battere un tiro di prima che, immancabilmente, finiva contro la barriera e perfino un rigore che Tito Pereira gli respinse con le gambe.
Era così negato per il calcio che anche come portiere risultava un disastro.
Non era grassoccio né scemo, come dicono i luoghi comuni del calcio. Semplicemente, era il ragazzo con meno talento che abbia vissuto da quelle parti.Per quello gli ordinavamo di trasmettere da bordocampo.Impugnava un microfono finto, correva in mezzo all’erba e tutto risultava diverso: il nostro mondo si illuminava di prodezze e di emozioni.Su quel campetto c’erano Puchi Toranzo e Leonel Briones, che giocavano all’ala.Insiders, li chiamavamo.Gli altri erano fulbas, jas, wings e centrofobal, che ero io.Un nove bello grosso sulla maglia rossa.
Mia madre l’aveva cucito a mano e ogni tanto, quando me ne andavo in mezzo ai difensori, qualche prepotente mi acchiappava da dietro e rimaneva con il numero in mano.





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